TL;DR: Al Museo Piemontese dell’Informatica (MuPIn) di Torino, in Piazza Riccardo Valla 5, ho portato mia moglie e i piccoli di 4 e 12 anni in una vecchia scuola dismessa che l’associazione sta faticosamente riportando in vita. Dalla macchina da scrivere ottocentesca senza tasti alla Olivetti Lettera 32, dal TI-99/4A alle workstation Silicon Graphics spente, la visita è stata anche un esercizio di traduzione tra quattro generazioni di rapporto con la tecnologia — la mia, quella di mia moglie, quella dei nostri figli.
Siamo arrivati in una zona di Torino che sta vivendo una fase di rinascita e riconversione, e ammetto che io e la mia famiglia l’abbiamo vissuta in modo diverso: io, che sono abituato a girare per sedi improbabili da trent’anni di lavoro in giro per l’Italia, non me ne sono curato; mia moglie e nostra figlia di 12 anni, più abituate ad ambienti più ordinati, un po’ meno. La sede del MuPIn è una vecchia scuola in disuso che l’associazione sta rimettendo in sesto con grande fatica, mattone dopo mattone non è un museo “finito”, è un cantiere che ospita già una collezione enorme. Ci ha accolti un socio (di cui, colpa mia, non ricordo il nome) con un entusiasmo che ha subito spiazzato mio figlio di 4 anni, tenuto per mano come raccomandato, e messo alla prova la pazienza della figlia di mia moglie di 12 anni, più interessata al telefono e al mio vecchio portatile per fare ricerche.
Cos’è il MuPIn e cosa custodisce davvero
Il Museo Piemontese dell’Informatica (MuPIn) è un’associazione di volontariato con sede in Piazza Riccardo Valla 5 a Torino, nata dall’iniziativa di un gruppo di appassionati attorno al 2010 e costituita formalmente il 1° settembre 2011 (Wikipedia, 2026). La collezione, secondo le fonti museali disponibili online, conta oltre 6.000 calcolatori catalogati (dai mainframe alle console) e, secondo un’altra fonte che include anche macchine da scrivere e calcolatrici meccaniche, supera i 10.000 pezzi complessivi dal 1840 a oggi [VERIFY: numero esatto di pezzi in collezione – fonte: sito ufficiale mupin.it, verificare con il museo].
Quello che le schede online non raccontano è la fatica concreta di tenere in piedi un museo così: la sede, come ci ha confermato per email Andrea Ronconi, segretario dell’associazione, è il luogo dove i soci si riuniscono e lavorano attivamente, e molte macchine sono funzionanti e utilizzabili proprio grazie a questo lavoro costante. Camminando tra le sale l’ho visto con i miei occhi: biblioteca e altro materiale ancora accatastati, in attesa di essere sistemati, sale allestite accanto a spazi ancora grezzi. Non è un difetto, è la fotografia onesta di cosa significhi conservare la storia dell’informatica senza il budget di un museo statale.
Come si spiega quarant’anni di informatica a chi ha età diverse
Il problema linguistico è saltato fuori subito, prima ancora di arrivare alle macchine più antiche. Non è un problema di generazioni ma di vocabolari: io lavoro in informatica da più di trent’anni, mia moglie ha lavorato in farmacia, usa bene il suo iPhone e sta sperimentando Mac e Copilot ma non sa nulla dell’hardware “di contorno”; la figlia di mia moglie di 12 anni usa smartphone e portatile per compiti e ricerche senza pensare a come funzionino; mio figlio di 4 anni gioca e basta. Quattro rapporti diversi con la stessa tecnologia, nella stessa stanza.
Il primo vero ponte tra generazioni è arrivato davanti a una telescrivente: il volontario ha fatto il paragone con WhatsApp — un messaggio che arriva da lontano, stampato invece che su schermo — e la figlia di mia moglie di 12 anni ha finalmente capito cosa fosse quell’oggetto. È un trucco didattico semplice, ma efficace: per far capire una tecnologia obsoleta a chi non l’ha mai vista, serve ancorarla a qualcosa che già usa.
Dalla carrellata Apple ai home computer che ho usato davvero
La visita è partita da una carrellata di computer Apple, dall’Apple II ai primi Macintosh, ai primi portatili, fino all’iMac. Poi siamo passati agli home computer degli anni ’80: il Texas Instruments TI-99/4A, lanciato nel 1981 con un processore TMS9900 a 16 bit — uno dei primi home computer a 16 bit sul mercato, anche se penalizzato da un bus dati che ne limitava le prestazioni reali (Time-Line Computer Archive, 2026) — e il Commodore 64, entrambi macchine che ho effettivamente usato da ragazzo.
Il mio primo home computer, però, non era presente in collezione: uno Sinclair ZX81, presentato nel marzo 1981 nel Regno Unito, con appena 1 KB di RAM di serie, un processore Z80A a 3,25 MHz e un peso di soli 350 grammi (Wikipedia, 2026) — venduto in oltre un milione di esemplari nonostante (o forse proprio grazie a) la sua estrema essenzialità. Peccato non trovarlo lì: avrei voluto mostrarlo ai miei figli come “il mio primo computer”, non solo raccontarlo.
Perché la Olivetti Lettera 32 mi ha ricordato più di una macchina da scrivere
La Olivetti Lettera 32, prodotta dal 1963 su progetto di Marcello Nizzoli (design) e Adriano Menicanti (meccanica) sotto la guida di Natale Cappellaro, pesava poco più di 5,5 kg ed era pensata per essere trasportabile: fu tra le macchine da scrivere portatili di maggior successo commerciale al mondo, popolare soprattutto tra giornalisti e studenti (Wikipedia, 2026; Museo Tecnologicamente, 2026).
La ricordavo bene perché, ai miei tempi, erano soprattutto le studentesse a portarla a scuola — con un peso di oltre 5 kg, di fatto poteva anche fungere da “arma di difesa” per tornare a casa in sicurezza, ironia che condivido con l’autoironia di chi era, allora, un nerd molto interessato alle compagne di scuola più che alla macchina in sé. Era un’epoca in cui certi indirizzi scolastici (segretariato, ragioneria) erano pensati quasi esclusivamente per le ragazze, e su questo squilibrio c’è ancora molto da dire: ne ho scritto in modo più strutturato in due articoli precedenti su Argos dedicati ai divari salariali e alla disparità di genere in azienda, a cui rimando chi vuole approfondire il filo che lega quell’epoca scolastica a certe dinamiche ancora presenti oggi.
Cosa raccontano le workstation spente e i telefoni che non si usano più
Le workstation Silicon Graphics (SGI), fondate nel 1982 da James Clark, erano negli anni ’90 lo standard per la computer grafica 3D professionale — usate per l’animazione, il cinema e il rendering scientifico, prima che i PC standard le rendessero obsolete (Computer History Museum, 2026; Wikipedia, 2026). Al MuPIn erano esposte solo come riferimento alla creazione di cartoni animati, spente — peccato, perché io le ho usate personalmente, e le ho viste installate presso clienti per applicazioni CAD 3D professionali. Vederle da spente, invece che in funzione, è un’esperienza diversa: i miei figli le hanno guardate come un oggetto di design, non come uno strumento di lavoro.
Poi i vecchi cellulari, compresi quelli “trasportabili” (i mattoni pre-GSM): mia figlia di 12 anni non sapeva nemmeno cosa fossero. Una macchina fotografica usata all’epoca per fotografare lo schermo durante i videogiochi (prima degli screenshot), e un vecchio “Sapientino” d’altri tempi hanno completato il quadro di oggetti che, per lei, sono semplicemente illeggibili senza spiegazione.
Cosa mi ha ricordato la sala dei minicomputer
Nella sala dedicata ai minicomputer erano esposti diversi sistemi Digital (DEC) di cui, onestamente, non ricordo con precisione le sigle dei modelli specifici viste quel giorno [DATO NON VERIFICATO – cercare in: scheda oggetto/catalogo del MuPIn per confermare i modelli DEC esposti]. Più nitido il ricordo dei due Olivetti P6060 e P6066: personal computer a target scientifico prodotti da Olivetti rispettivamente dal 1975 e dal 1979, con un display al plasma arancione da 32 caratteri alfanumerici (Wikipedia, 2026). Su quello schermo mi sono davvero rovinato gli occhi da ragazzo — ma i fosfori ambra erano comunque meglio di quelli verdi di altri terminali dell’epoca, che dopo un uso prolungato ti facevano vedere tutto rosa per un po’.
Un aneddoto che porto ancora con orgoglio misto a imbarazzo: una cartuccia di dischi rimovibili per un sistema Digital, un cilindro pesante di circa 40 cm di diametro, mi ha riportato a scuola, quando per un guasto un tecnico aveva “atterrato le testine” su alcuni pacchi disco ormai da buttare. Io e altri compagni — non nego di esserci stato anch’io le recuperammo dal tecnico per farle rotolare nel corridoio, con il concreto rischio di far male a chi ci passava vicino. Vista oggi, con i nostri figli accanto, la trovo una storia decisamente da non imitare ma racconta bene quanto fossimo digiuni, allora, di sicurezza sul lavoro anche nei laboratori scolastici.
Perché i videogiochi storici sembrano “archeologia” ai miei figli
Arrivati alla sala dei videogiochi, sia la figlia di mia moglie di 12 anni sia mio figlio di 4 anni si sono bloccati a guardare, senza toccare granché: per loro, cresciuti con console e touch screen, quei cabinati sono più vicini a un reperto archeologico che a un gioco. È stato, paradossalmente, il momento in cui ho sentito più forte la distanza generazionale — più che davanti alle macchine da scrivere o ai minicomputer, dove il fascino dell’oggetto meccanico funziona ancora su chiunque.
Perché vale la pena sostenere un museo come questo
Questo articolo è anche un modo per ringraziare l’associazione per il lavoro che sta facendo. Il MuPIn vive di soci volontari, offerta libera alle visite e donazioni: chi vuole sostenerlo può farlo tramite il sito ufficiale, tesserandosi come socio, seguendo le attività su Instagram, o con una donazione diretta via PayPal o Satispay. Dal 30 settembre al 4 ottobre 2026 l’associazione organizza inoltre A Bit of [hi]story (ABOH), il suo festival annuale sulla storia e cultura dell’informatica.
Il MuPIn è adatto anche a bambini piccoli?
Sì: il museo conferma che il percorso è accessibile a bambini di 4 anni, raccomandando di tenerli per mano negli spazi con macchinari storici funzionanti. Il percorso è pienamente adatto anche a ragazzi di 12 anni, che possono esplorare più liberamente e interagire con i volontari.
Cos’è una macchina da scrivere “a indice”?
È una tipologia di macchina da scrivere senza tastiera tradizionale: le lettere si selezionano spostando un indicatore (penna, disco o puntale) su una superficie con i caratteri incisi, poi si aziona una leva per stampare. Nacque come alternativa più economica alla tastiera QWERTY. [DATO NON VERIFICATO – cercare in: scheda oggetto/catalogo del MuPIn o richiesta diretta ai volontari, oppure verifica su foto/targa scattata durante la visita, riguardo al modello esatto visto il 5 settembre 2026]
Come si prenota una visita al MuPIn e come si può sostenere l’associazione?
Le visite guidate sono il sabato su prenotazione, a offerta libera, scrivendo a info@mupin.it. Si può sostenere l’associazione tesserandosi su mupin.it/associati o con una donazione via PayPal o Satispay indicati sul sito ufficiale.
Cos’è A Bit of [hi]story (ABOH) 2026?
È il festival annuale del MuPIn dedicato alla storia e cultura dell’informatica, alla 15ª edizione nel 2026, dal titolo “Equilibri Digitali”. Si svolge dal 30 settembre al 4 ottobre 2026 a Torino, con conferenze, laboratori ed esposizioni aperte al pubblico dal 3 ottobre.
Conclusioni
Sono tornato a casa senza il nome certo di una macchina da scrivere e senza le sigle esatte di un paio di minicomputer Digital, e va bene così: preferisco dichiarare un dato mancante piuttosto che inventarlo per chiudere il racconto in modo pulito. Quello che mi porto a casa è più semplice: in una sola mattinata ho visto quattro modi diversi di rapportarsi alla tecnologia — il mio, quello di mia moglie, quello della figlia di mia moglie di 12 anni, quello di mio figlio di 4 anni — e ho capito che il ponte tra loro non si costruisce con la nostalgia, ma trovando l’equivalente di oggi (un WhatsApp, uno smartphone) per ogni oggetto che non esiste più. È lo stesso lavoro di traduzione che, da adulto, faccio ogni volta che devo spiegare l’AI a chi non l’ha mai usata.
Riferimenti (APA)
- Museo piemontese dell’informatica. (2026). Wikipedia. Livello C — consultato il 05/09/2026.
- MuPIn – Museo Piemontese dell’Informatica. (2026). Sito ufficiale mupin.it. Livello C — consultato il 05/09/2026.
- Ronconi, A. (2026, 30 agosto, 1 e 2 settembre). Comunicazioni email dirette, MuPIn (O.d.V.). Livello C (fonte primaria diretta) — consultato il 06/09/2026.
- Olivetti Lettera 32. (2026). Wikipedia. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Olivetti Lettera 32, 1963. (2026). Museo Tecnologicamente. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Texas Instruments TI-99/4A. (2026). Time-Line Computer Archive. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Sinclair ZX81. (2026). Wikipedia. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Silicon Graphics. (2026). Computer History Museum – CHM Revolution. Livello B — consultato il 06/09/2026.
- Silicon Graphics. (2026). Wikipedia. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Olivetti P6060; Olivetti P6066. (2026). Wikipedia. Livello C — consultato il 06/09/2026.
- Fonti verificate al 06/09/2026.
Link interni
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Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale
Questo articolo è stato redatto con l’assistenza di un sistema di intelligenza artificiale generativa (Claude Sonnet 5, tramite l’agente Argos Newsroom su Microsoft Copilot Studio) per la ricerca delle fonti, la strutturazione e la prima stesura. Il testo è stato successivamente verificato, corretto e approvato da un autore umano, Luca Borio, che ne detiene la responsabilità editoriale ai sensi dell’art. 50 del Regolamento (UE) 2024/1689. Dati, citazioni e link sono stati controllati sulle fonti originali indicate. Eventuali errori residui sono miei.

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