L’Italia adotta AI solo nell’8,2% delle imprese. Le tech firm europee hanno una produttività stagnante da vent’anni mentre quelle americane crescevano del 40%. Non è sfortuna: è un sistema che non funziona. Ecco la diagnosi e le terapie possibili.
Dopo un’impressionante convergenza produttiva con gli USA durata quattro decenni nella seconda metà del Novecento, il gap di produttività oraria dell’Europa rispetto agli Stati Uniti si è ampliato dalla metà degli anni ’90 e poi nuovamente dopo la crisi COVID. La produttività totale dei fattori spiega la maggior parte del significativo divario di reddito pro capite dell’Europa rispetto agli USA. Questo articolo analizza le radici strutturali di questo ritardo attraverso la lente della ricerca empirica più recente — il Working Paper FMI del febbraio 2025, il Report Draghi sulla competitività europea e i dati della Commissione Europea per il 2025 — identificando tre cause fondamentali: il sottoinvestimento in R&D delle grandi imprese leader, la debolezza dell’ecosistema delle giovani imprese ad alta crescita, e la frammentazione dei mercati che impedisce la scala. Per l’Italia, i numeri sono ancora più scomodi: solo l’8,2% delle imprese ha adottato l’AI. La vera domanda non è perché siamo indietro — è se abbiamo la volontà politica e imprenditoriale di cambiare rotta.
Introduzione
Ho passato gran parte della mia carriera a lavorare con aziende italiane e europee nella loro trasformazione digitale. E ho una confessione da fare: per anni ho pensato che il problema fosse la mancanza di informazione. Che le imprese non adottassero le nuove tecnologie perché non ne capivano il potenziale. Che bastasse formarle, sensibilizzarle, mostrare i casi d’uso.
Mi sbagliavo — o almeno, mi sbagliavo sulla profondità del problema.
Le cause del ritardo europeo nell’AI, e più in generale nell’innovazione tecnologica, non sono cognitive. Sono strutturali. Radicate in decenni di scelte politiche, normative, finanziarie e culturali che hanno costruito un ecosistema inadatto a produrre e trattenere aziende ad alta crescita.
Non lo dico io. Lo dicono i dati del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea, dell’OCSE, e di Mario Draghi — in un report che, a distanza di oltre un anno dalla sua pubblicazione, rimane il documento più lucido e scomodo che l’Europa abbia prodotto su se stessa.
La buona notizia è che i problemi sono identificati con precisione chirurgica. La cattiva è che le soluzioni richiedono un coraggio politico che finora è mancato.
Background: Quattro Decenni di Convergenza, Poi il Calo
Da quando e perché l’Europa ha smesso di convergere con la produttività americana?
Dopo un’impressionante convergenza produttiva con gli USA durata quattro decenni nella seconda metà del Novecento, il gap di produttività oraria dell’Europa si è ampliato dalla metà degli anni ’90, poi nuovamente dopo la crisi COVID. Questo ha portato a pressanti discussioni politiche che enfatizzano la necessità di azione urgente, culminate nel Report Draghi del 2024 e nella Commissione Europea del 2025.Il Report Draghi, commissionato dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, identifica il gap di produttività tra EU e USA come spiegato in larga misura dal settore tecnologico — o meglio, dalla relativa assenza di un settore tech europeo competitivo a livello globale. Draghi sostiene che l’Europa debba chiudere il gap di innovazione con USA e Cina, specialmente nelle tecnologie avanzate.Il report evidenzia come i top-3 investitori in ricerca e innovazione negli USA si siano spostati dall’automotive e farmaceutico degli anni 2000, alle aziende software e hardware negli anni 2010, per arrivare al settore digitale negli anni 2020. L’UE, al contrario, è rimasta statica, con le aziende automotive che dominano stabilmente il podio degli investitori in R&I. L’Europa investe solo in tecnologie mature dove la produttività è in rallentamento.
Nel mio lavoro quotidiano vedo questo pattern ripetersi a scala aziendale: le imprese italiane tendono a investire in digitalizzazione dei processi esistenti piuttosto che in innovazione di modello. È l’equivalente di comprare un motore più efficiente per una carrozza a cavalli invece di passare all’automobile.
Analisi Scientifica: Tre Fatti Scomodi sull’Europa
Quali sono le cause strutturali del ritardo produttivo europeo identificate dalla ricerca?
Fatto 1: Le Grandi Imprese Europee Hanno Perso il Passo sull’Innovazione
La crescita della produttività totale dei fattori delle imprese europee quotate ha continuato a restare indietro rispetto alle controparti americane. Questa divergenza è ampiamente diffusa ma è più netta nei settori tech. La produttività delle imprese tech americane quotate è aumentata di circa il 40% negli ultimi due decenni, mentre quella delle imprese tech europee è rimasta stagnante.Questa divergenza si accompagna a un gap crescente negli sforzi di innovazione: le spese in R&D delle imprese tech europee si sono attestate intorno al 3-4% delle vendite negli ultimi decenni, mentre negli USA sono triplicate, raggiungendo il 12% delle vendite nel 2023. Considerando che le imprese tech americane hanno anche goduto di una crescita delle vendite superiore, il gap assoluto di spesa in R&D tra le due regioni è diventato ancora più pronunciato, portando a un gap di innovazione crescente.
Questi numeri meritano di essere interiorizzati. Non si tratta di una differenza marginale: è un rapporto 4 a 1 negli investimenti in R&D tra imprese tech americane ed europee. Con questo tipo di divario, aspettarsi un recupero organico nel breve termine è ottimismo non fondato sui dati.
Fatto 2: Le Giovani Imprese Europee Non Scalano
Le giovani imprese in Europa mostrano anche una minore dinamicità rispetto alle controparti americane. Escludendo le microimprese (con meno di dieci dipendenti), il tasso medio di ingresso negli USA è circa il 25% superiore a quello europeo. Inoltre, le imprese ad alta crescita americane giovani (under cinque anni, nel decile superiore per crescita delle vendite) rappresentano circa sei volte la quota di occupazione totale rispetto alle controparti europee.
Un dato che mi ha colpito particolarmente: l’anno di fondazione mediano delle prime dieci imprese quotate è il 1985 negli USA, contro il 1911 in Europa. Le aziende che definiscono la frontiera tecnologica europea sono centenarie. Quelle americane hanno quarant’anni in meno. Questo non è solo un dato demografico: è un segnale di un ecosistema che non riesce a far emergere nuovi campioni.
Il Report Draghi quantifica il problema: tra il 2008 e il 2021, 147 unicorni sono stati fondati in Europa — startup valutate oltre 1 miliardo di dollari. Di questi, 40 hanno trasferito la propria sede all’estero. Le aziende europee ad alto potenziale di crescita preferiscono cercare finanziamenti da VC americani e scalare nel mercato americano, dove possono raggiungere un’ampia copertura di mercato e raggiungere la redditività più facilmente.
Fatto 3: Il Mercato Unico Non Esiste Davvero
La ricerca FMI rivela che i mercati più piccoli e il finanziamento limitato basato sul mercato rappresentano i principali colli di bottiglia per le frontier firm europee, mentre la carenza di competenze e l’insufficiente capitale di rischio — come il venture capital — ostacolano la formazione e la successiva crescita delle giovani imprese. Rimuovere le barriere intra-europee per accelerare l’integrazione dei mercati dei fattori e dei prodotti potrebbe contribuire a rilanciare la crescita della produttività europea.Draghi denuncia la frammentazione come il problema fondamentale: l’UE ha circa 100 leggi tech-focused e oltre 270 regolatori attivi nelle reti digitali in tutti gli Stati Membri. La frammentazione è controproducente per la scalabilità delle nuove tecnologie, blocca la creazione di grandi pool di investimento e crea complessità e burocrazia non necessarie per il settore privato.
Per un’azienda italiana che vuole scalare in Europa, questa frammentazione è un costo reale e quotidiano: normative diverse, lingue diverse, sistemi fiscali diversi, interpretazioni regolatorie diverse. L’equivalente americano sarebbe immaginare di dover affrontare 27 sistemi legali e fiscali diversi per passare da New York alla California.
Il Caso Italia: I Numeri Più Scomodi
Qual è la situazione specifica dell’Italia nell’adozione dell’AI?
Il Report Digital Decade 2025 della Commissione Europea per l’Italia mostra un quadro a due velocità: l’Italia ha fatto progressi notevoli nelle infrastrutture digitali e nei servizi pubblici digitali, ma continua ad affrontare sfide nell’adozione dell’AI e nella crescita delle startup. Sebbene la maggior parte delle PMI italiane (70,2%) abbia raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, solo l’8,2% delle imprese italiane ha adottato l’intelligenza artificiale.L’ecosistema delle startup rimane sottosviluppato, con solo 9 unicorni, non riflettendo le dimensioni dell’economia italiana. Solo il 45,8% della popolazione ha competenze digitali di base, con gap che riguardano in particolare le persone con livelli di istruzione inferiori, ma anche i giovani. L’Italia ha una quota relativamente bassa di specialisti ICT sull’occupazione totale — 4% nel 2024 — al di sotto della media UE.
Questi dati mi pesano. Non come accusa, ma come diagnosi. Ho lavorato con decine di PMI italiane che hanno tutto il potenziale per competere a livello globale — cultura manifatturiera, creatività, flessibilità operativa — ma che vengono frenate da un ecosistema che non le supporta nella transizione digitale.
Il Circolo Vizioso del Ritardo
Draghi denuncia il problema del venture capital come centrale: la mancanza di investimenti in venture capital ha reso le startup più dipendenti dai prestiti bancari, che sono inadatti a finanziare imprese ad alto rischio. Propone un massiccio aumento del debito comune europeo e l’integrazione dei mercati dei capitali europei per canalizzare meglio i risparmi delle famiglie verso investimenti produttivi.
Il perverso del sistema europeo è che questo genera un circolo vizioso: meno VC → meno startup scalabili → meno campioni tech europei → meno R&D → meno innovazione → meno produttività → meno attrattività per i capitali. E il ciclo ricomincia.
Implicazioni Pratiche: Cosa Possono Fare Leader e Policy Maker
Esiste una via d’uscita per le imprese e per i governi europei?
La ricerca identifica rimedi chiari — anche se la loro implementazione richiede volontà politica straordinaria:
I ricercatori FMI suggeriscono che rimuovere le barriere intra-europee per accelerare l’integrazione dei mercati dei fattori e dei prodotti, insieme a riforme nazionali per facilitare una più rapida riallocazione delle risorse e migliorare il capitale umano, potrebbe contribuire a rilanciare la crescita della produttività europea.Draghi raccomanda un massiccio aumento dell’innovazione congiunta, l’integrazione dei mercati dei capitali europei per canalizzare i risparmi verso investimenti produttivi, molto più venture capital per progetti ad alto rischio, e semplificazione normativa — affermando che la regolamentazione è percepita da oltre il 60% delle imprese UE come ostacolo agli investimenti, con il 55% delle PMI che indica gli ostacoli regolatori e il carico amministrativo come la loro sfida principale.
Per le singole imprese — in attesa che il sistema si riformi — il messaggio che porto ai miei clienti è diretto: non puoi aspettare che l’ecosistema migliori. Devi operare malgrado l’ecosistema, costruendo le competenze AI internamente, accedendo ai mercati di capitale europei e internazionali, e progettando i tuoi prodotti per la scala globale fin dal primo giorno.
La Commissione Europea raccomanda all’Italia di intensificare gli sforzi per acquisire una posizione di leadership nell’AI, sfruttando i centri di eccellenza e le capacità esistenti, e di espandere l’istruzione superiore ICT allineandola alle esigenze del mercato del lavoro, promuovendo la partecipazione delle donne nell’istruzione e nelle carriere ICT, e introducendo misure per attrarre e trattenere i professionisti ICT.
Conclusioni
Il ritardo europeo — e italiano in particolare — nell’adozione dell’AI e nella produzione di Frontier Firm non è un destino. È il risultato di scelte precise, alcune consapevoli e altre no, che si sono accumulate nel tempo costruendo un ecosistema inadatto alla velocità richiesta dalla rivoluzione tecnologica in corso.
La crescita della produttività totale dei fattori delle imprese tech americane ha superato del 40% quella europea negli ultimi vent’anni. Le spese in R&D delle imprese tech americane hanno raggiunto il 12% delle vendite contro il 3-4% delle europee. Questi non sono divari colmabili con buona volontà e qualche progetto pilota.
Richiedono riforme strutturali profonde — dell’istruzione, dei mercati dei capitali, della regolamentazione — e una nuova cultura imprenditoriale che consideri la scala globale non come un’ambizione esotica, ma come l’unico scenario competitivo realistico.
La vera sfida non è tecnica, ma politica e culturale: avere il coraggio di costruire l’Europa che serve alle imprese del futuro, non quella che protegge le imprese del passato.
Riferimenti
- Adilbish, O.E., Cerdeiro, D.A., Duval, R.A., Hong, G.H., Mazzone, L., Rotunno, L., Toprak, H.H., & Vaziri, M. (2025). Europe’s Productivity Weakness: Firm-Level Roots and Remedies. IMF Working Paper No. 2025/040. https://doi.org/10.5089/9798229001441.001
- Adilbish, O.E. et al. (2025, February 24). Europe’s Productivity Weakness: Firm-Level Roots and Remedies. CEPR VoxEU. https://cepr.org/voxeu/columns/europes-productivity-weakness-firm-level-roots-and-remedies
- Commissione Europea. (2025). Italy 2025 Digital Decade Country Report. European Commission Digital Strategy. https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/factpages/italy-2025-digital-decade-country-report
- Commissione Europea. (2025, September 16). The Draghi Report on EU Competitiveness: One Year After. European Commission. https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en
- Draghi, M. (2024, September 9). The Future of European Competitiveness: Report by Mario Draghi. European Commission. https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en
- Kirkwood, M. (2024, September 10). Draghi’s European Competitiveness Report: Key Findings. TechPolicy.Press. https://www.techpolicy.press/draghis-european-competitiveness-report-key-findings/

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