Introduzione: le quattro squadre, le scampagnate mancate e le storie di famiglia
Negli anni ’80, a casa mia, il sindacato non era un concetto astratto: era vita quotidiana, e anche un po’ destino di famiglia.
Mio padre era caposquadra alla Michelin e ricordo bene una delle battaglie più dure che lo impegnò: quella delle “quattro squadre”.
Per chi non l’ha vissuta, significava cambiare radicalmente l’organizzazione dei turni: non esistevano più sabati e domeniche “sacri”, ma giorni di riposo a rotazione.
Nella pratica, le famiglie si sfaldavano. I genitori non erano più liberi nello stesso giorno, le scampagnate e i pranzi domenicali diventavano un ricordo, i figli crescevano con un genitore di turno e l’altro che si preparava ad andare a lavorare.
Da bambino, assistevo in silenzio alle discussioni, agli scioperi, alle assemblee. E capivo, anche senza le parole giuste, che quelle battaglie servivano a difendere qualcosa di fondamentale: il diritto a vivere, non solo a lavorare.
E forse quella consapevolezza era amplificata dal fatto che in famiglia c’erano storie ancora più grandi: uno zio partigiano, che disertò la marina per rifugiarsi sui monti piemontesi, combattendo per la libertà quando la libertà non era affatto scontata.
Quelle serate, piene di racconti di fughe, staffette, battaglie, erano il sottofondo della mia infanzia: un intreccio di Resistenza e sindacato, di persone che non si accontentavano, che non abbassavano la testa.
Oggi, a distanza di quarant’anni, mi accorgo che quelle conquiste vengono date per scontate, e che nel settore in cui lavoro — la consulenza, l’informatica, le aziende tech — parlare di sindacato è spesso percepito come una bestemmia.
Ma siamo sicuri che sia un bene?
L’assenza del sindacato nel settore IT: un tabù culturale
Chi lavora nel digitale conosce bene l’ambiente: team sparsi su più clienti, contratti diversi, spesso assunzioni ibride (dipendenti, consulenti a partita IVA, contratti a progetto).
In questo contesto, parlare di rappresentanza collettiva sembra quasi fuori luogo.
Molti lavoratori preferiscono gestire la propria carriera in modo individuale, coltivare rapporti diretti col manager, puntare alla prossima promozione.
Eppure questa cultura “one-to-one” ha un prezzo: accettare straordinari non pagati, reperibilità costante, nessun diritto alla disconnessione.
Uno studio INAPP del 2024 sulle trasformazioni del lavoro digitale mostra che più del 55% dei lavoratori del settore IT dichiara di ricevere comunicazioni di lavoro fuori orario, e quasi il 40% ritiene “normale” rispondere a messaggi di lavoro la sera o nel weekend.
Il rischio è di arrivare al burnout, e i dati sul benessere mentale nel settore tech (fonte Eurofound, 2023) lo confermano: l’ICT è tra i primi tre settori per aumento di stress lavoro-correlato.
Dai turni di fabbrica alle notifiche sullo smartphone: il filo rosso del tempo
La battaglia di mio padre era per difendere il tempo condiviso della famiglia.
Oggi il problema è diverso ma simile: lo smartphone ha sostituito la sirena della fabbrica, ma il risultato è che non si stacca mai davvero.
Il diritto alla disconnessione, introdotto in Italia con il Protocollo nazionale sul lavoro agile del 2021, esiste sulla carta ma è applicato raramente.
Secondo Eurofound (2023), solo il 22% delle aziende italiane ha una policy formale per limitare le comunicazioni fuori orario, e nel settore consulenza/ICT questa percentuale scende sotto il 15%.
In altre parole, la tecnologia che ci ha dato libertà (lavorare da ovunque, in qualsiasi momento) rischia di diventare una gabbia invisibile.
Perché il sindacato è visto come un ostacolo
Un altro tema che osservo spesso è la paura di “mettersi contro” l’azienda.
In un settore competitivo come l’IT, molti temono che schierarsi o anche solo farsi vedere a un’assemblea sindacale possa compromettere la carriera.
C’è anche un aspetto culturale: il sindacato viene associato a conflitto, a fabbrica, a un mondo industriale che sembra lontanissimo dalle sale riunioni piene di lavagne digitali e dai meeting su Teams.
Eppure i problemi di oggi — precarietà, orari infiniti, carichi di lavoro insostenibili — non si risolvono individualmente.
“L’assenza di rappresentanza porta a un mercato del lavoro più frammentato e a rapporti di forza sbilanciati a favore del datore di lavoro.”
(Fonte: Fondazione Di Vittorio, “Partecipazione diretta al tempo della trasformazione digitale”, 2022)
Il prezzo dell’individualismo
Quando ognuno pensa per sé, l’azienda vince facile.
Ognuno negozia il proprio stipendio, il proprio smart working, i propri benefit — ma non c’è una visione collettiva.
Il risultato?
- Turni e orari ingestibili per i team.
- Mancanza di trasparenza nei criteri di promozione.
- Nessuna regola condivisa sulla reperibilità.
- Welfare aziendale diseguale (alcuni hanno benefit, altri no).
E, soprattutto, un clima di “tutti contro tutti” che logora le persone.
Serve una nuova stagione di rappresentanza
Non sto dicendo che dobbiamo tornare agli scioperi davanti ai cancelli.
Il mondo è cambiato, e anche il sindacato deve cambiare.
Ma serve una rappresentanza digitale, capace di usare gli stessi strumenti che usiamo per lavorare: chat, piattaforme collaborative, survey anonime, call periodiche.
Serve un patto nuovo tra aziende e lavoratori, dove il sindacato non è un nemico ma un facilitatore:
- Per garantire il rispetto del diritto alla disconnessione.
- Per evitare che lo smart working diventi reperibilità h24.
- Per portare trasparenza nei criteri di carriera e formazione.
- Per difendere il benessere mentale e prevenire il burnout.
Conclusione: memoria e futuro
Quando penso a quelle sere passate ad ascoltare mio padre e i suoi colleghi discutere delle “quattro squadre”, e ai racconti di mio zio partigiano sui monti piemontesi, mi rendo conto che quelle battaglie — grandi e piccole — hanno reso la vita di tutti noi un po’ più dignitosa e libera.
Oggi abbiamo altre sfide, ma la logica è la stessa: difendere il tempo, la salute, la possibilità di vivere bene.
Nel settore tech abbiamo una responsabilità doppia: siamo noi a progettare il futuro del lavoro.
Se non ci prendiamo cura di noi stessi e non creiamo un modello sostenibile, rischiamo di costruire un mondo dove la tecnologia non libera, ma imprigiona.
È il momento di rimettere il tema sul tavolo, senza paura.
Perché il sindacato non è il passato: può essere il futuro — se sappiamo reinventarlo.
📌 Call to action:
Nei prossimi articoli esplorerò il diritto alla disconnessione, i modelli di rappresentanza digitale, le ragioni per cui il sindacato è un tabù nel settore IT e come possiamo superare questo blocco culturale.
E tu?
Come vivi il tema della rappresentanza nella tua azienda?
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