La resistenza è inutile: cosa ci insegnano i Borg sul futuro degli sviluppatori

Questo articolo riflette un punto di vista personale, maturato in ambito professionale ma espresso a titolo individuale. Non rappresenta in alcun modo aziende, enti o organizzazioni con cui collaboro. Scopo informativo e divulgativo, non consulenziale.

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Dove il fantastico è il quotidiano, anche per il full-stack dev.


Quando in riunione entrano i Borg (e nessuno se ne accorge)

L’altro giorno, in una riunione con alcuni colleghi, è successa una scena che potrei archiviare nella categoria: “episodi di vita da nerd con più chilometri tecnologici che capelli”.
Si discuteva di sviluppo software in epoca LLM.
Da una parte chi vede opportunità enormi; dall’altra chi si aggrappa ai modelli tradizionali con la stessa determinazione di un ufficiale della Flotta Stellare davanti a un cubo Borg.

«Il codice bisogna scriverlo.»
«Le UI generate non saranno mai affidabili.»
«Un ERP serio non si compone con una frase.»

Sono osservazioni legittime, figlie di un mestiere costruito su conoscenza e manualità.
Ma mentre ascoltavo, nella mia testa risuonava una frase che chi ama Star Trek conosce bene:

La resistenza è inutile.

Non per provocazione.
Per constatazione.


Dalla pelle delle borse a Software 2.0

Ho iniziato programmando su ZX Spectrum, copiando righe di Basic dalle riviste come si copia un incantesimo.
Era un gesto artigianale, simile alle borse di pelle che vedevo fare a mio padre: si costruiva con le mani, un punto dopo l’altro.

Poi sono arrivati il web, gli ERP, la programmazione a oggetti, i framework, gli stack.
E lo sviluppatore full-stack è diventato una specie di supereroe multitasking.

Ma mentre noi ci dibattevamo tra linguaggi e pattern, nei laboratori di ricerca si faceva strada un’idea diversa.
La raccontava bene Andrew Ng parlando di Software 2.0: il codice che non si scrive, ma si addestra.
E la si vede chiaramente nelle demo di Build 2025, dove descrivi un processo aziendale e Copilot lo costruisce davvero, dai dati alle logiche.
Nel mio blog, qualche mese fa, avevo scritto proprio di questa svolta epocale nella comunicazione uomo–macchina e dell’ascesa dei System Prompts come nuova forma di “architettura invisibile”.

Tutto puntava in una direzione:
il linguaggio naturale non è solo un’interfaccia. È diventato un linguaggio di programmazione.


Il dev che teme il Borg

Quando vedo gli sviluppatori più tradizionali opporsi a questa trasformazione, riconosco una dinamica antica.
Non è paura del nuovo: è paura di perdere identità.

Il full-stack dev è sempre stato “quello che sa tutto”.
Ma cosa succede quando lo stack si dissolve e la complessità si sposta nella conversazione?
Quando l’abilità non è più conoscere mille tool, ma saper descrivere esattamente come deve funzionare il mondo digitale?

È qui che si sente il rumore metallico dei Borg.
Non perché l’AI voglia sostituire nessuno, ma perché assimila inevitabilmente parti di un modo di lavorare che non ha più ragione di esistere.


Il futuro: dal costruire applicazioni al descrivere sistemi

La mia visione — nutrita da anni di progetti, errori, e qualche notte passata a parlare con server testardi — è chiara.

Le applicazioni come le conosciamo oggi sono una parentesi storica.
UI, backend, moduli, flussi: tutto sarà sempre più dinamico.

Immagino un mondo in cui:

  • non chiediamo più “fammi un’app”, ma “risolvi questo processo”;
  • l’ERP non è un prodotto, ma il risultato temporaneo di istruzioni in linguaggio naturale;
  • gli agenti AI ottimizzano, correggono, riscrivono parti del sistema come farebbe un team operativo instancabile;
  • il software non è più un oggetto, ma un organismo che cresce.

E gli sviluppatori?
Non scompaiono.
Si trasformano in qualcosa di più prezioso:

  • architetti di intenti,
  • progettisti di logiche conversazionali,
  • curatori dell’intelligenza applicativa.

Una figura nuova, che richiede più esperienza che mai.
Chi oggi lavora con agenti AI sa quanto sia sottile, complesso, quasi delicato orchestrare modelli, verifiche, prompt, dati e contesto.
Ne avevo parlato in un altro articolo quando descrivevo l’AI agentica come un ecosistema da educare più che da programmare.


Un cambio di pelle per CTO e leader tecnici

Per i CTO, questo non è un trend futuristico: è già la roadmap dei prossimi anni.

Significa:

  • spostare il focus dalla costruzione alla orchestrazione;
  • progettare governance dinamiche adatte a sistemi che cambiano in tempo reale;
  • costruire team capaci di lavorare con l’AI, non nonostante l’AI;
  • ridurre il peso dell’applicazione come “oggetto” a favore della soluzione come “conversazione continua”.

È un cambio culturale prima ancora che tecnologico.


“Ma allora che fine faccio io?”

È la domanda silenziosa che sento spesso.
Mi fa tornare in mente tutte le rivoluzioni che ho attraversato: Internet, il web, il cloud, l’ERP, il mobile, il low-code.
In ognuna, chi si è irrigidito è rimasto indietro.
Chi ha accettato di cambiare, invece, ha trovato posti nuovi, più ampi.

Il punto non è se la trasformazione arriverà.
È come vogliamo arrivarci.


Picard, i Borg e noi (spoiler: finisce bene)

A questo punto, la metafora è inevitabile.

I Borg ci ricordano che la resistenza al cambiamento tecnologico è sempre inutile.
Picard, però, ci ricorda che anche quando vieni assimilato… puoi tornare.
Diverso, più consapevole, più forte.

Ed è esattamente ciò che accadrà agli sviluppatori e ai CTO che oggi guardano questo cambiamento con sospetto.

Non verranno sostituiti. Verranno trasformati.
E se lo vorranno, torneranno sul ponte di comando con competenze che nessun automatismo potrà replicare.

D’altra parte, Picard insegna una cosa semplice:
le rivoluzioni si attraversano, non si combattono.


📌 Tre takeaway per CTO e leader tech

1. Il software diventa conversazione, non più applicazione.
Le interfacce saranno sempre più generate su richiesta, mentre il vero valore sarà nella precisione delle intenzioni espresse in linguaggio naturale.

2. L’AI agentica diventa l’OS del business.
Non è un assistente: è un orchestratore continuo che crea, modifica e smonta parti del sistema. La governance deve evolvere di conseguenza.

3. La competenza tecnica non scompare: cambia livello.
Serviranno meno esperti di stack e più esperti di dominio, che sappiano guidare l’AI come un team. Il ruolo del dev diventa architetturale, non manuale.


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