L’altro giorno ero a pranzo con alcuni colleghi.
Tavolo lungo, chiacchiere informali, piatti che arrivano e vanno. E tu non sei proprio nel Consiglio Jedi dell’organigramma. Uno di quei contesti a metà tra il conviviale e il politicamente attento, dove sai che puoi dire quasi tutto… ma non proprio tutto.
A un certo punto si finisce a parlare di AI, consumi energetici, data center sempre più affamati di corrente e di quale inferno infrastrutturale ci aspetta nei prossimi anni. Terreno scivoloso, ma affascinante. E io, complice l’entusiasmo e forse un filo di incoscienza, me ne esco con una frase detta con troppa sicurezza:
«Avete visto che la Cina ha già dei data center nello spazio?»
Silenzio.
Non quello da battuta che non fa ridere.
Quello più serio. Quello che arriva quando qualcuno, nel ponte di comando, sta decidendo quanto di quello che hai appena detto è opportuno commentare.
Poi uno del livello Ammiraglio della Flotta mi guarda.
Tono pacato. Sorriso accennato. Quasi paterno.
E dice:
«Luca… forse questa notizia non è così vera.»
Boom.
Non un’aggressione.
Non una smentita brutale.
Peggio: il dubbio elegante. Quello detto piano, con il tono di chi non vuole umiliarti… ma lo fa lo stesso, senza alzare la voce.
E lì, seduto a quel tavolo, in mezzo a persone che stimo davvero, io — che scrivo articoli, che mi documento, che rompo le scatole a chiunque con il mantra “le figure o le fai bene o non le fai affatto” — ho avuto una sensazione chiarissima.
Avevo appena fatto la figura del pirla.
Non del visionario.
Non del provocatore.
Del pirla.
Quello che parla con troppa sicurezza di una cosa non sufficientemente verificata. Il peccato capitale di chi fa divulgazione, o almeno ci prova.
E siccome quando sbaglio non mi nascondo — non l’ho mai fatto, nemmeno quando faceva più male — facciamo l’unica cosa sensata da fare in questi casi.
Quella che so fare meglio.
Andiamo a vedere i fatti.
Davvero.
Data center nello spazio: è una bufala? No. Ma nemmeno quello che sembra
Partiamo dal punto chiave, così sgombriamo il campo:
no, oggi non esistono data center spaziali operativi paragonabili a quelli terrestri.
Non esiste un “AWS Orbital Region” pronta a servire workload enterprise da 700 km sopra le nostre teste.
Ma.
Dire che non c’è nulla è altrettanto falso.
Cosa ha fatto davvero la Cina
Nel 2025, la Cina ha iniziato a muovere pezzi concreti su un’idea che fino a pochi anni fa stava solo nei paper e nei film di fantascienza.
- Nel maggio 2025 sono stati lanciati i primi 12 satelliti sperimentali di una costellazione nota come “Three-Body Computing Constellation”, un progetto sostenuto da istituzioni legate alla Accademia Cinese delle Scienze.
- L’obiettivo dichiarato non è “fare cloud”, ma portare capacità di calcolo in orbita per:
- elaborare dati direttamente nello spazio (Earth observation, difesa, AI),
- ridurre la latenza verso altri asset orbitali,
- sperimentare modelli di computing distribuito spaziale.
A fine 2025, inoltre, è stato annunciato un piano a lungo termine per una piattaforma orbitale di calcolo a 700–800 km, con una roadmap che guarda al 2035. Parliamo di prototipi, moduli sperimentali, non di produzione industriale.
Quindi sì: è tutto vero.
Ma è vero nel senso ingegneristico del termine, non in quello da titolo clickbait.
Perché questa idea affascina così tanto (e perché va maneggiata con cura)
L’idea del data center nello spazio nasce da problemi reali che conosco bene, avendoli visti crescere negli anni:
- consumo energetico fuori controllo,
- raffreddamento sempre più complesso,
- acqua, territorio, impatto ambientale.
Lo spazio, sulla carta, è seducente:
- energia solare continua,
- freddo “gratis”,
- niente vicini che protestano per il rumore dei chiller.
Ma poi arriva la realtà, quella che ho imparato a rispettare da quando assemblavo PC nei sottoscala polverosi:
- lanciare hardware costa (ancora tanto),
- manutenere hardware in orbita è un incubo,
- aggiornare, patchare, riparare non è esattamente come entrare in un data center a Milano o Francoforte.
E infatti questi progetti oggi sono ricerca avanzata, non infrastruttura commerciale.
Non solo Cina: non è una corsa solitaria
Per completezza – e per evitare altre figure a pranzo – va detto che non è solo la Cina a esplorare questa strada.
Negli Stati Uniti si muovono startup come Starcloud, con il supporto tecnologico di NVIDIA, che stanno sperimentando addestramento e inferenza AI in orbita su scala ridotta.
Questo ci dice una cosa importante:
non è fantascienza, è ricerca pre-competitiva.
E come tutte le fasi pre-competitive, è il regno perfetto per fraintendimenti, semplificazioni e titoli esagerati.
La vera lezione (che mi porto via da quel pranzo)
Il punto, però, non è stabilire chi aveva ragione al tavolo.
La notizia non era falsa, ma io l’ho raccontata male.
Ho fatto quello che combatto da anni:
- ho compresso una realtà complessa in una frase semplice,
- ho dato per scontato che “vero” significasse “già pronto”,
- ho sottovalutato il contesto.
E in quel momento ho capito una cosa che vale più di mille paper:
Nel mondo tech, l’hype non perdona le semplificazioni.
Soprattutto quando parli con chi decide, investe, governa la complessità.
Conclusione: le figure o le fai bene, o non le fai affatto
Sì, mi sono sentito un pirla.
Ma è una sensazione sana, ogni tanto. Ti rimette in asse.
La tecnologia corre velocissima, e noi – che la viviamo da decenni – abbiamo il dovere di fare da filtro, non da amplificatore di slogan.
I data center nello spazio arriveranno?
Forse. In forme diverse da come ce li immaginiamo oggi.
Ma fino ad allora, ricordiamoci che documentarsi non basta:
serve anche raccontare bene ciò che si è capito.
La prossima volta a pranzo sarò più preciso.
E se mi correggeranno ancora, offrirò io il caffè. ☕
Perché, alla fine, anche le figure fanno parte dell’apprendimento.
Se hai il coraggio di guardarle in faccia.

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